Avancarica & Bricolage

di Damiano Mastroiaco (esperto oplofilo, pubblicista del settore armiero).

Correva l’anno 1755 chissà quanti di voi a quell’epoca non erano neanche nati e mentre Giacomo Casanova sorbiva quel suo celebre caffè davanti ai Piombi,

tristo carcere dal quale era appena evaso, in una foresta del New England un pragmatico, speranzoso colono con un tricorno in testa si accingeva a ricaricare un fucile lungo, piccolo di calibro e cassa in acero fiammato, rifinita a olio di lino crudo e urina bovina.

Alla cultura del tiro con armi ad avancarica va riconosciuto un merito non marginale. Negli ambiti del Tiro a Segno Nazionale, furono coloro che allora si chiamavano archibugieri i primi a proporre qualcosa di diverso dalle datate discipline olimpiche del Tiro, e non lo fecero imponendosi al mondo degli sportivi “da fuori”, ma dall’interno, presentando la propria passione come Tiro Accademico più autentico, una realtà ludica e agonistica che sarebbe rimasta immune dalle derive tecnologiche.

Due pistole a pietra focaia; il patch knife si usava anche per loro.

Tali derive non avrebbero tardato a produrre effetto altrove: un Tiro Olimpico volutamente deprivato di reali attrattive, di fascino, di anima.

Non so se negli anni le cose siano cambiate, ma si diceva un tempo che la pratica del tiro ad avancarica fosse il regno di ingegneri e ginecologi.

Presumibilmente la forma mentis di chi è avvezzo a badare bene a ciò che fa dev’essersi sposata degnamente con i mille accorgimenti, adattamenti e ricerca che il tiro con “armi replica” richiede: cosa risaputa è come le armi in genere, quali che ne siano le tipologie, rappresentino un vero e proprio catalizzatore di arti applicate.

Ciò è ancor più vero per le armi classiche o ispirate a modelli antichi, come le repliche ad avancarica. Nei secoli scorsi le armi sono state incise, intarsiate, cesellate, intagliate, zigrinate a soggetto, perfino tappezzate, se consideriamo l’applicazione di velluti e pelli.

E il bello è che tali forme espressive non hanno mai tralasciato di coinvolgere l’abbondante accessoristica necessaria alle armi “caricantesi dalla bocca”: bacchette di caricamento, corni per la polvere, borse, custodie, foderi e fondine.

Ma torniamo al nostro colono bianco, anglosassone e protestante, che un giorno avrebbe ispirato la figura del Professor Occultis e non lo sapeva, tricorno a parte.

Il Roddy, Blek e il Professor Occultis: il ragazzo e il professore portano una “possibles bag”, Blek porta il corno per la polvere. 

Rovesciato il corno da polvere per riempire il misurino sarebbe stato attento a non sprecare neanche un granello, per poi riversare la polvere all’interno della canna rigata del suo “Pennsylvania Rifle” a pietra focaia.

Rovistando nella “possibles bag”, avrebbe estratto un lembo di cotone ingrassato in cui avvolgere la palla, per poi, affogata la palla nel primo tratto di canna, tagliarlo a filo della bocca del fucile con un coltellino speciale, il famoso “patch knife”. In Europa era uso, per la bisogna, riciclare vecchi rasoi -la parte piatta si adattava perfettamente alla bocca dell’arma quale che fosse- e con un gesto preciso si lasciava quel tanto di tessuto, intorno alla palla sferica, sufficiente perché l’insieme impegnasse la rigatura in modo il più possibile ermetico.

Nel Nuovo Mondo si preferiva realizzare lame specifiche, magari recuperandole da coltelli da cucina non più utilizzabili oppure, quando possibile, eseguite allo scopo e impreziosite da decorazioni e materiali particolari.

Potevo tirarmi indietro? Naaaa…

I primi due “Patch Knife” eseguiti dall’autore.

Il mondo dell’Oplofilia è un vero coacervo di “sette”, di club esclusivi, di confraternite, di gruppi più o meno effimeri di appassionati. Inevitabile, considerata la vastità della materia, e non si può neanche evitare che un singolo cultore faccia riferimento a più di un gruppo.

Coltelleria e Avancarica…

Chiunque abbia vissuto i tempi della grande editoria italiana del tempo che fu, sa di che cosa parlo: “Il Grande Blek”, “Il Comandante Mark” …  quelle pagine profumate, scaturite da chissà quale antro misterioso, ci parlavano di un mondo di persone forti e leali, di boschi e scampati pericoli, di feste in famiglia e case in legno, del suono dell’incudine all’ingresso del villaggio e di fabbri che sembravano sempre sapere qualcosa di più.

Mi piaceva l’Avancarica, mi piaceva la Storia e mi piacevano i coltelli.

Dopo tanti tentativi incerti e prese in giro talmente amabili che NON LE DIMENTICO, realizzai un paio di “patch knife” accettabili.

Mi servii del legno di quercia recuperato dalla legna da ardere per le impugnature, di rame e ferro per il fornimento e pelle della peggiore specie per i foderi.

Il risultato andò oltre le aspettative, anche se le peculiarità del legno di roverella mi avevano inibito l’uso di ribattini nel fissaggio delle impugnature.

Il legno di quercia è bellissimo, robusto, durevole, pesante e pieno di contenuti esoterici, ma si spacca. Per questa ragione (e un po’ anche perché ribattere i perni in ottone è un’operazione di difficilissimo apprendimento) mi attenni alle prerogative della tipologia “hidden tang”, ovvero a “codolo nascosto”: in quel caso l’intero codolo è inserito nell’impugnatura e fissato da forti colle, senza alcuna parte visibile. Nulla impedisce a quel punto di applicare anche un ribattino, ma non nel caso del legno di quercia; in soli due casi l’utilizzo di tale legno è consigliato: nel “narrow tang”, ovvero “codolo stretto”, quello fissato avvitandolo nel pomo, e appunto nel “codolo nascosto”.

Forgiai due lame di proporzioni ridotte dall’acciaio C70 ed eseguii tutte le operazioni al meglio delle mie possibilità, dalla scelta dei materiali fino al “rinvenimento”, svolto egregiamente da un normale forno elettrico da cucina.

Un altro “Patch Knife” realizzato dall’autore.

Per la molatura avevo usato una di quelle piccole, economiche levigatrici “nastro-disco” con nastro da 1”x32”, appoggiando i grezzi sulla porzione nastro libero, procedimento che mi consegnò un paio di ottimi taglienti “convessi”

Rifinii le impugnature a carta vetrata, raspa, lana d’acciaio e olio di vaselina.

Desideravo realizzare qualcosa di filologico, ma pare che l’olio di lino crudo sia diventato una chimera. In quanto all’urina bovina – d’obbligo per certe realizzazioni- vi rinunciai, ma solo perché non avevo vacche sotto mano, sappiatelo.

Mi sembra di sentirvi: “Oh sì, tutto molto intrigante, ma… COSA DIAVOLO E’ UNA POSSIBLES BAG?”.

Abbiate fede nel sottoscritto e lo saprete nella seconda parte di questo articolo, insieme a qualche altra chicca che ho pensato di concedervi, se per magnanimità o puro rimminchionimento senile, decidetelo voi.

Damiano Mastroiaco

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