Avancarica e Bricolage 2

di Damiano Mastroiaco (esperto oplofilo, pubblicista del settore armiero).

Non solo “patch knife”… Credo che fra le tante tipologie di tiratori sportivi non potrà mai esisterne una più “smanettona” dell’avancarichista. La ragione per cui le fabbriche di repliche ad avancarica indulgono, periodicamente, nella commercializzazione di kit di montaggio per armi corte e lunghe, non risiede in una generica e presunta semplicità costruttiva: va invece ricercata nella passione per il lavoro manuale, per la personalizzazione, nella tendenza inconscia verso l’Archeologia Sperimentale che caratterizza l’archibugiere. Ben più di quanto accada per le repliche in kit, l’attenzione che richiede ricreare accessoristica d’epoca somiglia a una sorta di “modellismo 1:1”: gli appassionati arrivano a “scavalcare” i prodotti industriali in favore di realizzazioni individuali, spesso ispirate a esemplari originali visti nei meravigliosi (e provvidenziali) cataloghi delle Case d’Asta, ma bisogna scovare materiali compatibili col periodo che intendiamo evocare, imparare le tecniche costruttive, immaginarne le difficoltà e agire senza scorciatoie; quelle lasciamole all’Industria. Poi, volendo sentirci un po’ “falsari”, possiamo avvicinarci alle tecniche di invecchiamento, chimiche e meccaniche. Avevo avventatamente promesso di parlarvi della “possibles bag”, l’iconica borsa che trapper e coloni americani del secolo XVIII erano soliti portare a tracolla accanto al corno per la polvere, o sull’altro lato.

“Possibles Bag”

Che belle le borse “vera Tolfa”. Nella seconda metà degli anni Settanta non ci serviva granché per sentirci speciali, o semplicemente “riconosciuti”: bastava metterci dentro una copia di “Linus”, duecento lire di pizza bianca e una Parker Jotter. Nel Nord America coloniale, i prodotti di pelletteria che si portavano a tracolla dovevano presumibilmente apparire meno raffinati, anche se nel nostro immaginario di pivelli era proprio “la Tolfa” a rappresentare l’esatta tipologia da accoppiare al corno da polvere, che avesse le frange o no. Molto più indicativo dell’epoca doveva essere il contenuto; su tutto il necessario per accendere un fuoco: un acciarino, magari qualche lembo di stoffa carbonizzata come esca. Poi, quanto occorreva per caricare l’arma: una qualche sorta di “bullet starter”, ovvero un attrezzo destinato a sospingere il proiettile nel tratto iniziale della canna subito prima di tagliare la pezzuola e passare poi alla bacchetta, per “sederlo” sulla carica.

Indispensabili tre o quattro pietre focaie, visto che non era insolito smarrirne. Cotone ingrassato per le pezzuole, palle di piombo tenero, un attrezzo per serrare le ganasce del cane intorno alla pietra focaia. E un paio di candele? Ma sì: tirare fucilate non era l’unica esigenza da soddisfare. Il dispenser a pressione per il “polverino” fine, da versare nel bacinetto, penso fosse troppo “europeo” per quei luoghi. Il “bullet starter”, o “ball starter” si è rivelato uno degli accessori più liberamente interpretati dall’archibugiere bricoleur.

Uno dei “patch knife” dell’ autore,  reinterpretato in chiave felina, fodero e impugnatura, dall’ artista romana Veronica Calzecchi Onesti, in arte “Bianca”.

Ne ho visti molti realizzati inserendo in palle da biliardo (le sfortunate biglie mignon prodotte a milioni e divenute portachiavi) un paio di tondini in alluminio, legno duro od ottone, incavati in punta e in modo che sporgessero, dalla biglia, uno di un solo centimetro e uno di circa dieci centimetri, per spingere il proiettile prima con l’uno e poi con l’altro; ma quello dell’impugnatura a palla è un concetto francamente moderno. Altri starter, più rispettosi delle circostanze storiche, si ottengono montando i due tondini su di un pezzo di palco di cervo, o su di un’impugnatura cilindrica in legno.

“Ball Starter” di produzione moderna: legno duro, tondini in lega leggera. Esecuzione elementare, utilità enorme.

In altre occasioni è il pomo stesso del patch knife, sagomato allo scopo, ad agire da starter e contrarre sensibilmente i tempi di caricamento.

Corni porta polvere

Noi che abbiamo una certa età (e che facciamo finta di niente) ricordiamo bene come i falciatori fossero usi portare la cote all’interno di un corno di vacca, fissato alla cintura e riempito d’acqua. Questo perché il corno era uno dei pochi materiali che fossero al contempo impermeabili ed elastici. D’altra parte, non a caso e per secoli, i corni sono stati riempiti (e svuotati) di vino e di birra.


Corno portapolvere originale. Philadelphia, fra il 1780 e il 1800.
Decorato a soggetti paesaggistici e araldici.

Come l’acqua necessaria alla pulizia della cote non usciva dal corno, così l’igroscopica polvere nera, contenuta all’interno di un corno dello stesso tipo, restava felicemente isolata dall’umidità circostante. La parte più larga del corno accoglieva un tappo il più delle volte in legno, a vite, rimuovendo il quale era possibile rifornire di nuova polvere nera l’accessorio, mentre nella porzione della punta, zona in cui il corno si fa più spesso, si applicavano misurini di diverso genere: a volte di un semplice tipo a molla, altre volte provvisti di un sistema di versamento a rotazione, un meccanismo simile a quello che tutti conosciamo come dosatore per la moka. Il tappo in legno e la porzione in punta, col misurino, alloggiavano inoltre un anello destinato alla tracolla.​Sia i “tappi” o “fondi” per i corni, sia i sistemi di versamento e dosaggio sono largamente disponibili online al pari di tracolle, anelli, fibbie… ma si tratta di componenti, questi ultimi, che sicuramente gradiremo realizzare in proprio.

“Possibles Bags” originali.
Corni porta polvere, fondipalle, fiaschetta in pelle per pallini, ball Starter usabile anche come mazzuolo, bacchette di caricamento.

Gli esemplari originali rimasti, battuti all’asta a suon di migliaia di dollari, recano non di rado incisioni rappresentanti mappe, creature fantastiche, motti, canzoni o preghiere, velieri. La relativa rusticità di tali abbellimenti sembra squarciare il velo del tempo con un’efficacia che la perfezione di un gioiello non potrebbe mai offrire. Perché non fare lo stesso? Tali decorazioni erano solitamente ottenute incidendo il corno per poi riempire i solchi con inchiostro, una tecnica che sarebbe divenuta popolare come “scrimshaw” e impiegata con risultati non di rado straordinari su avori di varie provenienze e osso. Trovato un corno adatto (non è facile come un tempo) possiamo ricreare quei disegni, quelle mappe, quell’atmosfera utilizzando un normale pirografo, ma otterremmo un risultato troppo regolare, troppo contemporaneo. Meglio affidarsi a un sottile chiodo arroventato, e ripassare con attenzione il disegno di base eseguito a matita. Il chiodo si raffredda durante l’operazione e compromette l’uniformità del tratto, ma questo può solo conferire plausibilità storica all’oggetto finito. Se a quel punto temiamo di aver creato un volgare falso, nulla ci impedisce di porre la nostra etica al riparo incidendo, con identica tecnica, la data REALE di esecuzione, e la firma. Vi consiglio di inserire il chiodo in un tondino di legno, longitudinalmente, rimuovere la testa del chiodo e affilare il moncone con l’angolo che preferiamo, magari ripetendo l’operazione su più tondini, per disporre di “punte” di diverse forme e proporzioni, al fine di tracciare “tessiture”, riempire sfondi o creare ombre. Ottima l’accortezza di addestrarci su di uno scarto di legno duro, all’inizio, per poi passare alla realizzazione vera e propria. In seguito, se la tecnica dello scrimshaw ci avrà fatto innamorare proprio, potremo anche spingerci assai oltre, per esempio incassando placche di osso così decorate nel tappo, o addirittura facendo lo stesso sul corpo del corno: tutto dipenderà dalla già paventata “plausibilità storica”, dal nostro coraggio e soprattutto dall’abilità che avremo raggiunto nel frattempo. Nella terza e salvo complicazioni ultima parte di questo articolo, vi canterò l’ira funesta e le lodi di un accessorio non da tutti conosciuto, il “loading block”.

Damiano Mastroiaco​

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