
di Marco Scalabrino (istruttore di nuoto, apnea, pesca in apnea, mental coach, ecc, ecc)
Ho passato moltissime ore della mia vita in acqua.
Prima in piscina, poi sempre più nel mare. Nuoto, apnea, pesca in apnea, tiro subacqueo, allenamento e insegnamento sono diventati negli anni parti dello stesso percorso.
E dopo tanto tempo ho capito una cosa: il tiro è soltanto l’ultimo gesto.
Quello che determina davvero la qualità di quel gesto è iniziato molto prima.

1.Prima bisogna conoscere se stessi
Quando parlo di respirazione non penso a qualche tecnica miracolosa per trattenere il fiato più a lungo.
Il respiro, prima di tutto, ci racconta come stiamo.
Cambia quando siamo agitati, quando siamo rilassati, quando abbiamo paura, quando anticipiamo mentalmente quello che potrebbe succedere.
In apnea impariamo ad ascoltare questi cambiamenti perché sott’acqua il corpo comunica continuamente con noi. Non dobbiamo combatterlo. Dobbiamo imparare a conoscerlo.
Il controllo non è la capacità di forzare il proprio corpo a fare quello che vogliamo. È la capacità di riconoscere ciò che sta succedendo e prendere una decisione lucida.
Nella pesca in apnea questo principio diventa ancora più importante: nessun pesce, nessuna profondità e nessuna prestazione valgono più della nostra sicurezza.
2.La concentrazione non è tensione
C’è un altro insegnamento che il mare mi ha dato: essere concentrati non significa essere rigidi.
Nella pesca in apnea ogni movimento inutile ha un costo. Anche una tensione muscolare che non serve consuma energia.
Con gli anni, quindi, impari quasi a togliere anziché aggiungere: meno movimenti, meno fretta, meno rumore. Nello stesso momento aumenta la capacità di osservare.
Devi percepire ciò che accade intorno a te senza perdere il contatto con quello che sta accadendo dentro di te.
Per me la vera concentrazione assomiglia molto a questo: non pensare continuamente “devo riuscirci”, ma essere completamente presenti.
3.Quella voce che diceva: aspetta
Durante una battuta di pesca recente ero fermo tra due rocce. Avevo visto arrivare un pesce e intuivo che avrebbe potuto avvicinarsi ancora.
A un certo punto mi sono chiesto: “Sparo?”
La possibilità c’era. Eppure qualcosa mi diceva: “Aspetta”.
Sono rimasto immobile. Il pesce ha continuato ad avvicinarsi fino ad arrivare a pochissima distanza.
Ripensandoci dopo, la parte interessante non era il tiro. Era quello che era successo prima.
Non avevo fatto calcoli complicati né costruito consapevolmente una strategia. Dopo migliaia di ore trascorse in mare, il mio cervello aveva probabilmente riconosciuto qualcosa che io non stavo elaborando coscientemente: un movimento, una direzione, un comportamento già visto centinaia di volte.
Spesso chiamiamo tutto questo “istinto”. Io credo che molte volte sia semplicemente esperienza diventata automatica.
Ho trascorso oltre cinquemila ore in mare. In tutto quel tempo il cervello ha osservato molto più di quanto io possa ricordare consapevolmente.
Ed è forse una delle cose più affascinanti dell’esperienza: non ci insegna soltanto quando fare qualcosa. Ci insegna anche quando aspettare.
4.Dalla pesca al tiro subacqueo
È qui che pesca in apnea e tiro subacqueo sportivo iniziano, almeno per me, ad avere molti punti in comune.
Nel tiro sub il risultato è evidente: c’è un bersaglio e possiamo misurare la precisione. Ma concentrarsi esclusivamente sul punto colpito significa guardare soltanto la parte finale.
Prima vengono l’assetto, la posizione, l’apnea, la gestione della tensione, l’attenzione e la capacità di rendere il gesto ripetibile. La precisione nasce da un insieme.
L’ho sperimentato personalmente anche nelle competizioni e continuo a vederlo quando insegno e alleno.
A volte cerchiamo immediatamente l’errore tecnico. Ma dietro quella tecnica c’è sempre una persona: può essere tranquilla oppure agitata, avere fiducia nel proprio gesto oppure paura di sbagliare, essere presente oppure avere già la testa sul risultato.
E tutto questo, inevitabilmente, arriva fino al gesto finale.

5.Apnea non significa resistere
Uno degli errori più comuni è pensare che fare apnea significhi semplicemente prendere aria e resistere il più possibile.
Per me è quasi il contrario. L’apnea insegna soprattutto ad ascoltare.
Con il tempo impariamo a riconoscere le nostre sensazioni, a interpretarle e a conoscere meglio i nostri limiti. La vera esperienza non consiste nel dimostrare continuamente quanto possiamo spingerci oltre. Consiste anche nel sapere quando fermarsi.
Nella pesca in apnea questa consapevolezza è fondamentale. Il mare è un ambiente straordinario, ma richiede rispetto.
Per questo non considero necessariamente più bravo chi scende più profondo o rimane più a lungo sott’acqua. Dopo tanti anni penso che una delle caratteristiche più importanti di un pescatore esperto sia molto più semplice: sapere tornare a casa.

6.Il bersaglio più difficile
Con gli anni mi sono accorto che mi interessa sempre meno soltanto il risultato e sempre di più quello che succede alla persona che cerca di ottenerlo. È qualcosa che ritrovo nell’apnea, nel tiro sub, nello sport e nel coaching.
Possiamo avere uno strumento estremamente preciso e conoscere perfettamente una tecnica. Ma rimane una variabile che nessuna attrezzatura può eliminare: noi stessi.
Il nostro stato mentale, il respiro, la tensione, la capacità di osservare e quella di prendere una decisione.
Forse per questo il bersaglio più difficile da conoscere non è sempre quello che abbiamo davanti. Qualche volta siamo noi.
7.Quello che mi ha insegnato il mare
Dopo parecchie ore trascorse in mare non penso affatto di averlo capito. Anzi: più esperienza accumulo, più continuo a osservare.
Ci sono giornate in cui sembra di leggere perfettamente quello che accade e altre in cui il mare ti ricorda immediatamente che non puoi controllare tutto.
Ed è probabilmente uno dei motivi per cui continuo ad amare la pesca in apnea. Sott’acqua rimangono poche cose: tu, il tuo corpo, quello che stai osservando e il tuo respiro.
Il tiro, quando arriva, dura una frazione di secondo. Ma quella frazione porta con sé tutto quello che è successo prima: esperienza, attenzione, controllo, capacità di aspettare e decisione.
Forse è proprio questa la lezione più importante che mi hanno lasciato l’apnea e la pesca in apnea:
Non sempre essere pronti significa essere pronti ad agire.
A volte significa essere abbastanza lucidi da aspettare. E decidere soltanto quando è davvero il momento.
8.L’autore
Marco Scalabrino vive da molti anni il mondo dell’acqua come atleta, istruttore, allenatore e formatore. Si occupa di nuoto, apnea, pesca in apnea, tiro subacqueo, respirazione e coaching sportivo.
Nel tiro subacqueo ha maturato esperienza anche in ambito agonistico internazionale, ottenendo nel 2016 il secondo posto in Coppa del Mondo nella specialità Super Biathlon.
È allenatore di apnea, istruttore di pesca in apnea e tiro subacqueo e si occupa da anni di formazione e lavoro sul respiro.
Dopo moltissime ore trascorse in mare, continua a considerare l’esperienza non come qualcosa che dà tutte le risposte, ma come qualcosa che insegna a osservare meglio.
Per contatti: www.circolosubacqueibiella.it oppure marcoscalabrino@gmail.com


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