LEGITTIMA DIFESA: QUANDO LA BALISTICA INCONTRA LO STRESS

Cosa accade realmente nei pochi secondi che separano una minaccia da una reazione? La ricostruzione forense di un evento dinamico non può prescindere dalla complessità della risposta umana sotto minaccia.

A cura di Maurizio Broegg – Perito balistico – Ingegneria e Balistica Forense

Un evento che dura pochi secondi e una ricostruzione che può durare anni

La legittima difesa è uno degli argomenti nei quali il confronto tra dinamica dell’evento e valutazione successiva assume particolare importanza.

Una persona può trovarsi improvvisamente davanti a una minaccia, percepire un pericolo, prendere una decisione e reagire nell’arco di pochi secondi.

Successivamente, quella stessa sequenza viene ricostruita con gli strumenti dell’indagine: testimonianze, immagini, rilievi, fotografie, traiettorie, reperti, posizioni, distanze, tempi e dichiarazioni dei soggetti coinvolti.

È una necessità inevitabile dell’accertamento giudiziario.

Ma esiste una domanda che, dal punto di vista tecnico-forense, merita particolare attenzione:

quanto è possibile ricostruire, a posteriori, non soltanto ciò che è accaduto, ma anche le condizioni nelle quali quella reazione è stata compiuta?

Non si tratta di sostituire il giudizio del magistrato con quello del perito.

Si tratta di comprendere che un evento di questo tipo non è necessariamente assimilabile a una situazione nella quale un individuo dispone di tempo sufficiente per osservare, valutare tutte le alternative e scegliere con calma la propria condotta.

Cosa prevede oggi la disciplina della legittima difesa

L’articolo 52 del codice penale disciplina la legittima difesa, individuando i presupposti della reazione difensiva, tra i quali assumono rilievo la necessità di difendersi da un pericolo attuale e il rapporto previsto dalla norma tra offesa e difesa.

La disciplina è stata modificata dalla legge n. 36 del 2019, che ha inciso in particolare sulla legittima difesa domiciliare e sull’articolo 55 del codice penale.

Proprio quest’ultimo articolo presenta un elemento particolarmente interessante per il tema che qui si vuole affrontare nelle specifiche condizioni previste dalla norma, l’eccesso colposo nei casi di difesa domiciliare può essere escluso quando la condotta sia determinata da uno stato di grave turbamento derivante dalla situazione di pericolo in atto.

La giurisprudenza ha sottolineato che non è sufficiente affermare genericamente l’esistenza di uno stato emotivo occorre verificare concretamente il rapporto tra la situazione di pericolo, il turbamento e la condotta posta in essere. La stessa rassegna della Corte di Cassazione richiama, tra i parametri utili alla valutazione del turbamento, anche la maggiore o minore lucidità e freddezza che hanno caratterizzato l’azione difensiva.

Questa precisazione è fondamentale.

Lo stress non costituisce automaticamente una spiegazione o una giustificazione della condotta.

Ma, allo stesso tempo, la risposta psicofisiologica dell’individuo davanti a una minaccia improvvisa rappresenta un fenomeno reale, studiato dalla letteratura scientifica e potenzialmente rilevante nella ricostruzione complessiva dell’evento.

Ed è proprio qui che la questione diventa interessante anche dal punto di vista balistico.

La scena del crimine non è una fotografia della percezione

Quando il perito arriva sulla scena, trova una realtà ormai cristallizzata.

Trova una posizione finale.

Trova eventualmente bossoli, proiettili, ogive deformate, tracce d’impatto, residui dello sparo, danneggiamenti, elementi ambientali.

Può ricostruire traiettorie, distanze, angoli, sequenze compatibili, posizioni relative.

Ma la scena che osserva non è necessariamente la scena che il soggetto ha percepito nel momento della minaccia.

Questa distinzione è essenziale.

Un’indagine balistica può stabilire, entro i limiti propri della disciplina, dove si trovava un’arma, quale direzione abbiano seguito determinati proiettili, quali superfici siano state interessate e quali sequenze risultino compatibili con le evidenze materiali.

Ma non può, da sola, stabilire cosa una persona abbia percepito soggettivamente in quell’istante.

E soprattutto non può trasformare una posizione finale in una fotografia della situazione iniziale.

Il fattore umano: cosa accade sotto stress acuto?

La risposta allo stress non è una semplice questione di paura.

È una risposta psicofisiologica complessa che coinvolge sistemi autonomici, endocrini, cognitivi e motori.

La letteratura scientifica ha evidenziato come lo stress acuto possa influenzare l’attenzione, il controllo visuomotorio e la prestazione motoria. Gli effetti, tuttavia, non sono identici per tutti gli individui e dipendono anche dalle caratteristiche della situazione e dalla valutazione soggettiva della minaccia.

Una revisione sistematica pubblicata nel 2024 ha inoltre analizzato 44 studi sugli effetti dello stress acuto sui processi decisionali, evidenziando che l’attivazione dei sistemi fisiologici dello stress può interferire con differenti componenti del processo decisionale.

Questo non significa che sotto stress l’individuo perda necessariamente il controllo.

Significa qualcosa di più preciso:

la prestazione umana può cambiare quando cambiano radicalmente le condizioni nelle quali quella prestazione viene richiesta.

È una differenza sostanziale.

Addestramento e realtà non sono la stessa cosa

Questo aspetto riguarda direttamente anche il mondo del tiro.

Un tiratore può avere una notevole esperienza.

Può aver eseguito migliaia di ripetizioni.

Può conoscere perfettamente la propria arma.

Può aver effettuato addestramento sotto pressione.

Tutto questo ha un’importanza evidente.

Ma l’addestramento non elimina automaticamente la risposta fisiologica alla minaccia.

La letteratura specifica sulle professioni nelle quali è necessario utilizzare abilità motorie complesse in condizioni di stress acuto evidenzia proprio questo problema – livelli elevati di stress possono determinare un decadimento della prestazione, mentre forme di addestramento appropriate possono contribuire a ridurne gli effetti.

In altre parole:

l’addestramento può preparare alla situazione, ma non consente di prevedere con assoluta certezza come ogni individuo reagirà a un evento reale, improvviso e imprevedibile.

La risposta è individuale.

E lo è anche la percezione della minaccia.

Sorpresa, minaccia e tempo di decisione

Immaginiamo una situazione nella quale una persona non sappia di essere in pericolo.

Poi, improvvisamente, compare una minaccia.

In quel momento non esiste necessariamente una sequenza ordinata del tipo:

osservo → analizzo → confronto le alternative → decido → agisco.

La risposta umana può essere molto più complessa.

Gli studi sulla risposta a minacce acute evidenziano che situazioni improvvise e incerte possono attivare rapidamente risposte fisiologiche associate alla preparazione alla difesa, mentre attenzione e processi decisionali possono essere modificati dalla condizione di stress.

Questo non significa che ogni reazione sia automaticamente corretta.

E non significa neppure che una persona sotto stress non possa prendere decisioni appropriate.

Significa che il contesto nel quale la decisione viene presa è una variabile che non dovrebbe essere cancellata dalla ricostruzione dell’evento.

Quando la balistica può diventare importante

Ed è proprio qui che entra in gioco il perito balistico.

La balistica non può stabilire da sola se una persona fosse psicologicamente turbata.

Non è questo il suo compito.

Può però fornire elementi oggettivi attraverso i quali ricostruire la dinamica materiale dell’evento.

Per esempio:

  • distanza tra i soggetti;
  • posizione relativa;
  • direzione dei colpi;
  • traiettorie;
  • altezza dei punti d’impatto;
  • sequenza compatibile degli spari;
  • posizione dei bossoli;
  • deformazioni dei proiettili;
  • eventuali ostacoli;
  • caratteristiche dell’ambiente;
  • illuminazione;
  • possibilità di osservazione;
  • movimento dei soggetti, quando ricostruibile;
  • intervallo temporale degli eventi, quando determinabile attraverso dati oggettivi.

Questi elementi non raccontano direttamente lo stato psicologico di una persona.

Ma possono contribuire a definire il contesto nel quale quella persona ha dovuto reagire.

Ed è una differenza importante.

La differenza tra “ciò che è accaduto” e “ciò che poteva essere percepito”

Una delle difficoltà maggiori nella ricostruzione di un evento dinamico consiste nel confondere due piani differenti.

Il primo è quello oggettivo:

che cosa è successo?

Il secondo riguarda la percezione:

che cosa poteva essere percepito da quella persona, da quella posizione, in quel preciso momento?

La balistica può contribuire in maniera significativa alla prima domanda e, attraverso la ricostruzione geometrica e dinamica, fornire elementi utili anche per la seconda.

Ma non può trasformare automaticamente una valutazione geometrica in una valutazione psicologica.

Per esempio, sapere che due soggetti erano separati da una determinata distanza non permette, da solo, di sapere cosa uno dei due abbia percepito.

Occorre conoscere la posizione, la direzione dello sguardo, l’illuminazione, la presenza di ostacoli, la rapidità della sequenza e numerosi altri fattori.

E soprattutto occorre evitare una ricostruzione effettuata esclusivamente con il senno di poi.

Il rischio della ricostruzione “a rallentatore”

Questo è forse il punto centrale dell’intero problema.

In sede giudiziaria abbiamo inevitabilmente molto più tempo di quanto ne avesse il protagonista dell’evento.

Possiamo osservare fotografie.

Possiamo fermare un filmato.

Possiamo tornare indietro.

Possiamo misurare.

Possiamo sovrapporre planimetrie.

Possiamo ricostruire traiettorie.

Possiamo discutere per ore di una decisione che, nella realtà, potrebbe essere stata presa in una frazione di secondo.

È una condizione necessaria per l’accertamento della verità.

Ma proprio per questo bisogna essere consapevoli del rischio di trasformare, inconsapevolmente, una situazione dinamica in una situazione statica.

Il soggetto che reagisce non dispone degli strumenti che possiede il perito durante la ricostruzione.

Non vede la scena dall’alto.

Non conosce la posizione futura dell’aggressore.

Non conosce l’esito che avrà la propria decisione.

Non sa se quella che sta percependo sarà effettivamente l’ultima azione dell’aggressore.

E non ha la possibilità di mettere in pausa l’evento.

La balistica non deve diventare psicologia

Proprio su questo punto è necessaria una precisazione metodologica.

Il perito balistico non deve trasformarsi in psicologo.

Non può affermare, sulla sola base della dinamica balistica:

“Il soggetto era in stato di grave turbamento.”

Una conclusione di questo tipo richiederebbe competenze e accertamenti diversi.

Il compito del perito è un altro.

È quello di fornire dati tecnici, ricostruzioni, compatibilità e limiti dell’interpretazione.

Può dire, per esempio, che una determinata sequenza di spari è compatibile con una situazione dinamica.

Può stabilire che determinate traiettorie risultano compatibili con specifiche posizioni relative.

Può evidenziare che la sequenza degli eventi si è sviluppata in un intervallo estremamente breve, quando tale elemento sia tecnicamente determinabile.

Può mettere in evidenza che una determinata ricostruzione presuppone che il soggetto avesse una visuale, un tempo di osservazione o una posizione che devono essere verificati.

Non deve però attribuire automaticamente un significato psicologico a questi elementi.

È proprio questa separazione delle competenze a rendere più solida la ricostruzione.

Una valutazione multidisciplinare

Forse la strada più corretta è quindi quella di una lettura multidisciplinare.

Il giurista valuta la sussistenza dei presupposti previsti dalla legge.

Il perito balistico ricostruisce gli aspetti materiali e dinamici dell’evento.

Lo specialista competente in ambito psicologico o psichiatrico, quando previsto e necessario, può affrontare gli aspetti relativi alla risposta individuale allo stress e agli altri profili di propria competenza.

Il medico può contribuire alla valutazione degli eventuali effetti fisiologici documentabili.

Il tutto deve essere ricondotto alla situazione concreta.

Non esiste una formula universale secondo la quale:

stress = perdita di controllo.

Così come non sarebbe corretto sostenere il contrario:

addestramento = controllo perfetto.

La realtà umana è molto più complessa.

Il problema dell’eccesso

Questa impostazione diventa particolarmente interessante quando si passa dalla legittima difesa all’eventuale eccesso.

A posteriori, può essere relativamente semplice affermare che una determinata azione avrebbe potuto essere diversa.

Ma la domanda tecnica dovrebbe essere posta anche in questi termini:

quali erano le informazioni effettivamente disponibili al soggetto nel momento nel quale ha agito?

E ancora:

quanto tempo aveva concretamente per elaborarle?

Qual era la distanza?

Qual era la posizione reciproca?

La minaccia era ferma o dinamica?

L’illuminazione consentiva una corretta percezione?

Quali movimenti potevano essere percepiti?

La sequenza si è sviluppata in pochi istanti?

Queste non sono domande che sostituiscono la valutazione giuridica.

Sono domande che possono contribuire a rendere più accurata la ricostruzione del fatto.

Non giustificare: comprendere

Questo dovrebbe essere il principio guida.

Parlare di stress nella ricostruzione di una situazione di legittima difesa non significa voler giustificare qualsiasi comportamento.

Significa riconoscere che l’essere umano non è un sistema balistico perfettamente prevedibile.

Una persona minacciata non è un supporto da banco.

Non è un tiratore fermo sulla linea di tiro.

Non dispone di un bersaglio statico.

Non conosce in anticipo la traiettoria degli eventi.

E soprattutto non vive l’evento dopo averne già conosciuto l’esito.

La ricostruzione forense deve quindi mantenere insieme due realtà: quella fisica dell’evento e quella umana nella quale l’evento si è verificato.

Conclusioni

La balistica forense non può stabilire da sola se una reazione sia stata giuridicamente legittima.

Può però contribuire a ricostruire con precisione la dinamica materiale dell’evento e, soprattutto, a evitare che una situazione estremamente rapida e complessa venga rappresentata come una sequenza di decisioni prese con calma e piena disponibilità di informazioni.

La scienza dello stress ci ricorda che una situazione di minaccia acuta può modificare attenzione, decision-making e prestazione visuomotoria; la risposta, inoltre, varia tra individui e situazioni.

La normativa italiana, attraverso l’evoluzione dell’articolo 55 del codice penale, ha peraltro riconosciuto un rilievo specifico al grave turbamento derivante dalla situazione di pericolo in atto nelle condizioni previste dalla legge. La giurisprudenza ha richiesto che tale elemento venga accertato concretamente, attraverso la ricostruzione del rapporto tra pericolo, turbamento e condotta.

Il problema, dunque, non è stabilire se lo stress debba diventare una sorta di “scusante” automatica.

Il problema è molto più complesso:

come ricostruire correttamente una decisione presa in condizioni nelle quali il tempo, l’informazione disponibile e la risposta psicofisiologica dell’individuo possono essere profondamente diversi da quelli presenti durante la successiva ricostruzione giudiziaria?

È una domanda alla quale non può rispondere soltanto la legge.

E non può rispondere soltanto la balistica.

Richiede piuttosto un approccio nel quale diritto, scienza, psicofisiologia e ricostruzione forense dialoghino senza sovrapporsi.

Perché una cosa è ricostruire dove è passato un proiettile.

Un’altra è ricostruire cosa stava accadendo intorno a quella persona nel momento esatto in cui ha deciso di premere il grilletto.

Ed è proprio in quella frazione di secondo che, spesso, si concentra la parte più difficile della ricostruzione forense.

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